di Sr. Laura Piemonte Discepola ed Apostola dello
Spirito Santo
La
storia della vita di ognuno di noi potrebbe essere riassunta in una metafora: la storia del
calice. Gesù dice a Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo “potete bere il
calice che sto per bere?” (Mt 20,22b) È come se dicesse: potete vivere in
pienezza la vostra vita nonostante le conseguenze, e ciò che cosa comporta?
Cos’è il calice? Vivere la vita con Gesù, donare la vita. Gesù mediante
l’incarnazione assume la condizione di servo svuotando completamente se stesso.
Se non usiamo la metafora del calice a cosa possiamo paragonare la nostra
esistenza? Ad un bravo professore che sa spiegare bene la sua materia, ma non è
in grado di donare all’alunno qualcosa di particolare; può farlo cioè
riflettere sul senso della vita, sulla propria identità ma non può sostituirsi
alla persona che per fiorire deve necessariamente interiorizzare la propria
vita con i suoi dolori e con le sue gioie. Ciò non è sempre facile, vi si
oppone l’amor proprio, l’io che vuole essere sempre al primo posto.
Dobbiamo svuotarci come ha fatto Gesù, non ancorare la nostra esistenza ai
nostri progetti ed aspettative. Se non lo facciamo rischiamo di perdere il
senso della vita. La preghiera e l’adorazione allo Spirito Santo illuminano i
nostri sensi e le nostre facoltà, ci arricchiscono di doni inestimabili. Non è
lui il Paraclito che scruta e sonda l’immenso creato? Così scruta anche le
profondità dell’uomo. Lo educa alla libertà per l’autotrascendenza.
Prestiamo attenzione alle parole di madre Carolina “O Divino Spirito, Amore del
Padre e del Figlio. Tu sei quel sacro fuoco che non potendo più contenersi
entro i confini della tua abitazione eterna, straripasti ed inondasti tutto
l’universo creato. O fuoco consumante, purificante, vivificante, eccoti la mia
anima: sommergila, santificala, consumala. Rendila una fiamma di purissimo
amore, affinché possa meritare di entrare nel sacro petto del dolce Gesù, per
diventare tutt’uno con il suo adorabilissimo cuore” (5-6-1966). Come agisce e
ci educa lo Spirito Santo? Prestiamo attenzione alle parole di Gesù alla povera
anima. Parole rivolte anche ad ognuno di noi.
“L’amore non si misura con i calcoli umani, ma è un fuoco, che per
una degnazione ineffabile dell’infinita carità di Dio, discende nel cuore della
sua creatura, sia pur misera e povera e quando vi trova pronta docilità, vi
compie opere mirabili. L’anima poi troverà sempre ogni appoggio e conforto
nel Cuore dell’amabilissimo suo Signore Gesù ch’è la carità vivente dell’eterno
Padre” (26-4-1964). Lo Spirito è il sole che scioglie tutte le nostre
resistenze, dissipa le nostre false convinzioni e ci rende docili, come Maria,
alla chiamata del Signore facendoci rispondere: “Si compia in me la tua
Parola”. Quella Parola che portava Maria nel suo grembo si sviluppa e cresce
anche in noi. Attraverso l’Eucaristia Gesù entra a far parte della nostra
carne, del nostro sangue, dell’anima nostra, per poi rimanere spiritualmente in
noi. Allora vivremo quella dimensione umano–divina come Gesù l’ha vissuta, con
i piedi per terra e con lo sguardo sempre rivolto al Padre, impregnata di atti
di fede e di amore. Maria e Giuseppe sono il nostro esempio. Maria deve diventare
la madre del Verbo, deve dare carne e ossa al figlio di Dio e Giuseppe deve
custodire il mistero mettendosi accanto a lei. Nella loro esperienza, seppure
nella notte dolorosa della fede, Maria e Giuseppe rappresentano i modelli
perfetti a cui ispirarci per le nostre azioni, per correggere le nostre rotte,
per sorreggere la nostra debolezza.
“Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico il diavolo come leone
ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistete saldi nella fede” (1Pt
5,8-9a). Questo versetto ci fa capire che il problema non è tanto
l’evitare la tentazione, ma quella di vincerla.
Essa permette di cogliere i limiti, di conoscere se stessi. Ad esempio:
Perché quella tale situazione mi rifiuto di accettarla? Oppure: Perché a
volte il comportamento di quella persona che mi è accanto, mi infastidisce e
crea in me ira? Allora posso comprendere che sono legato ancora alle cose della
terra e che mi è ancora difficile immergermi nella dimensione spirituale. Se
cerco intensamente il Signore, lo Spirito suscita in me il desiderio di
dissetarmi alla sua fonte. Egli è il nostro centro di gravità, è lui che
riempie i nostri vuoti interiori, così le compensazioni umane e i meccanismi di
difesa verranno sostituiti dal suo amore immenso. Le ombre più buie si
rischiarano, le ferite guariscono e riusciremo ad accettare anche situazioni di
frustrazione e ad amare il nostro fratello per quello che è.
A volte combattiamo contro la nostra impotenza, la nostra
debolezza, la camuffiamo e la nascondiamo mostrando alla gente solo una bella e
apparente maschera di sicurezza. È l’orgoglio che non vuole l’impotenza. Dio,
però, se lo ascoltiamo, poco per volta riesce a farcelo comprendere e ci
sentiremo più uniti a lui con il suo abbraccio di un amore forte che ci disarma.
Dio può tutto, io non posso nulla. È proprio comprendendo questo che arriviamo
a vivere un incontro con lui come non mai vissuto e ci sentiremo partecipi di
quell’ansia di salvezza che Gesù ha per le anime. Riflettiamo sulle parole che
Gesù ha detto a Madre Carolina e che valgono anche per noi “Non sarà per la
tua fedeltà o per le tue virtù ch’io mi manifesterò, ma perché io sono buono, e
bramo associare per il compimento del piano del mio amore per la salvezza delle
anime altre anime, con le quali più intimamente io mi trattengo e mediante le
quali mi compiaccio di compiere i miei disegni” (28- 9-1968).
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